La Resistenza bresciana

di Rolando Anni

 

1.

Mi scuso fin d’ora dell’inevitabile schematicità con cui procederò nelle mie osservazioni, cosa impossibile da evitare data l’ampiezza del tema da trattare. Mi limiterò, aiutandomi con la citazione di alcuni documenti, a proporre alcune riflessioni sui temi che mi sembrano i più caratterizzanti (ma anche più complessi) della Resistenza bresciana.

 

Fin dal lontano 1955 Mario Bendiscioli scriveva che la Resistenza era «una realtà multiforme tanto ne’ nei suoi aspetti, quanto nella sua ispirazione e motivazione. Non è quindi solo un fatto militare, la guerra delle bande, e neppure preminentemente un fatto politico-organizzativo, i Comitati di liberazione nazionale; ma anche un fatto morale, contestazione di una prassi di governo e di amministrazione ingiusta, impegno di coscienza per principi considerati di valore assoluto»[1].

Questa considerazione vale particolarmente per la realtà bresciana in cui la resistenza armata (che pure ci fu, e di rilievo, basti pensare alle battaglie del Mortirolo del 1945) non è certamente più importante della resistenza civile, disarmata, che è ampia, diffusa e presenta dei caratteri di spiccata originalità.

 

 

La Resistenza doveva innanzitutto fare i conti con una realtà geopolitica certamente difficile. Brescia e la sua provincia si trovavano al centro della Rsi, in città, e sul lago di Garda in particolare, vi erano i ministeri repubblicani e i comandi sia tedeschi che fascisti delle diverse formazioni militari. Di conseguenza il controllo del territorio era particolarmente oculato e questo fatto spiega almeno in parte le difficoltà del movimento partigiano.

Se poi si considera che circa un terzo del territorio della provincia è pianeggiante, e dunque i collegamenti stradali, per quanto riguarda la pianura, erano alora numerosi e facili (al contrario erano invece difficili per ampie zone delle tre valli bresciane, in cui molte località erano raggiungibili a fatica) si comprende che il controllo capillare del territorio era più agevole e conseguentemente più difficile l’attività delle formazioni armate.

Proprio in questo territorio, così poco favorevole al nascere dei gruppi partigiani, ne sorse invece uno tra i più originali.

Con tutto ciò la Resistenza bresciana è stata ampiamente sottovalutata dalla storiografia nazionale.

Solo due esempi recenti.

Nel Dizionario della Resistenza[2], Brescia viene citata cinque volte alla voce Lombardia (curata da Luigi Borgomaneri). Nel dizionario vero e proprio solo nove voci (Olivelli, Mortirolo, Fiamme Verdi, il ribelle, Nicoletto, Micheletti, Saviore, L. Levi Sandri, G. Mazzon) si riferiscono alla realtà bresciana.

 

Nell’Atlante storico della Resistenza italiana,[3] l’unica indicazione bibliografica relativa al Bresciano è lo studio Valtellina e Valcamonica tra fascismo e Resistenza, edito dall’Istituto sondriese per il movimento di liberazione.

La questione va ben oltre gli errori o i limiti di una ricerca storica. Chi fa questo lavoro sa bene come sia difficile reperire documenti o, al contrario e paradossalmente, orientarsi nell’abbondanza della documentazione e sa quanto sia facile commettere degli errori. Mi pare, invece, importante chiedersi il perché di così poca attenzione.

Ritengo che sia la logica conseguenza di un giudizio storico costruito su convinzioni, alcune sostenibili, altre molto meno, che provo a sintetizzare:

- la resistenza armata fu in ritardo nel territorio bresciano e in esso prevalse il cosiddetto attesismo;

- il Pci bresciano, perché scarsamente inserito e radicato nel territorio, si trovò in difficoltà ad operare;

- il clero e i cattolici si limitarono a operare nell’ambito assistenziale, certamente necessario, ma secondario;

- in conclusione gran parte dell’attività della Resistenza bresciana non può rientrare nel “contenitore”, per così dire, ristretto della “vera” attività resistenziale, che fu soprattutto armata.

Essa dunque, concludo io, è stata sottovalutata e considerata marginale, proprio per quegli aspetti che invece la caratterizzarono e la resero particolare.

Terminata questa premessa, mi soffermo brevemente su alcuni momenti della Resistenza bresciana, cercando di rispondere ai giudizi sopra sintetizzati, senza alcuna pretesa di esaurire i problemi che essi suscitano .

Mi sembra molto condivisibile a questo riguardo, l’opinione di Santo Peli quando afferma che è impensabile una storia della Resistenza italiana che non sia opera collettiva[4]; lo stesso discorso vale per quella bresciana.

 

 

2.

È indubbio che si debba indicare nella massiccia presenza dei cattolici nella Resistenza la peculiarità del movimento di liberazione bresciano. L’egemonia che i cattolici esercitarono in quei mesi si manifestò in primo luogo nell’alto numero di presenze nelle formazioni partigiane autonome di ispirazione cattolica (le “Fiamme Verdi”).

Sulla base dei riconoscimenti rilasciati dalle apposite Commissioni, istituite al termine della guerra, si può ragionevolmente ritenere che la situazione bresciana fosse la seguente[5]:

 

“Fiamme Verdi”                                                     2.800

Brigate Garibaldi                                                   1.000

Formazioni “Giustizia e libertà”                             180

Brigata “Matteotti”                                                 185

Elementi isolati                                                         864

 

A questi numeri vanno aggiunte 45 donne per un totale di 5.074 partigiani. Le cifre sono da accettare con cautela, innanzi tutto perché le variazioni del numero degli aderenti furono molto forti. Ad esempio, nell’inverno 1943-44 e 1944-45 il numero dei partigiani si ridusse notevolmente, mentre raggiunse il suo culmine nell’estate del 1944 e nella primavera del 1945. Ai partigiani veri e propri, poi, si aggiunse, in particolare nei giorni dell’insurrezione, un gran numero di persone che precedentemente non avevano partecipato direttamente al movimento e che vennero talvolta in esso conteggiate.

Non va dimenticato, infine, che intorno alle diverse brigate gravitò un numero difficilmente quantificabile di collaboratori e di sostenitori senza i quali esse non avrebbero potuto operare.

Che le “Fiamme Verdi” risultino alla fine della guerra quasi tre volte superiori per numero ai garibaldini è un dato indicativo importante, che va spiegato, ma che non è, a mio parere, il più rilevante.

Il contributo forse più rilevante e duraturo va cercato soprattutto nell’elaborazione teorica di un pensiero politico e sociale originale e particolarmente avanzato.

Nelle “Fiamme Verdi” veniva respinto con decisione il proselitismo dei diversi partiti e dunque ogni dibattito in senso strettamente politico, perché giudicato secondario (anzi negativo in quanto suscitatore di divisioni) rispetto al compito primario della lotta di liberazione, che richiedeva una forte unità d’intenti. Ciò non significava però che la riflessione e quindi la discussione sui complessi problemi che si sarebbero dovuti affrontare alla fine della guerra e sulla loro soluzione non esistessero.

Sui temi ideologici la storiografia locale ha poco indagato. Spesso, inoltre, quando sono stati affrontati essa ha ricorso alla facile, ma poco sostenibile categoria dell’attesismo. In definitiva, si è scritto, i cattolici tendevano ad agire il meno possibile, a non attaccare il nemico fascista e tedesco, a rinunciare sostanzialmente alla lotta armata in attesa dell’arrivo degli Alleati per non alienarsi, quando la guerra sarebbe terminata, l’appoggio politico dei gruppi moderati e conservatori[6].

Va anche considerato che se vi furono atteggiamenti di esitazione o di prudenza di fronte a una realtà difficile e nuova, come era  la lotta partigiana, nelle prime settimane dopo l’8 settembre, essi furono determinati anche dalla preoccupazione, tutt’altro che ingiustificata, di provocare rappresaglie, arresti e uccisioni nei villaggi di montagna nei quali i ribelli avevano trovato rifugio e aiuto. Questa cautela non venne trascurata neppure nei mesi in cui la lotta fu più aspra e violenta.

Quanto, d’altra parte, il concetto di attesismo fosse inadeguato a definire la complessità del movimento cattolico bresciano lo dimostrò palesemente la stessa attività delle “Fiamme Verdi”. All’interno delle quali, è necessario sottolinearlo, non esisteva una sorta di monolitismo ideologico, ma vi era anzi una varietà di posizioni (alcune delle quali certamente minoritarie e destinate a rimanere tali o ad essere sconfitte dopo la guerra), come quelle che apparvero in alcuni documenti scritti da Teresio Olivelli e da Carlo Bianchi, diffusi nel Bresciano e nell’Italia settentrionale. Si trattava di “schemi”, così erano definiti che non erano documenti politici, ma piuttosto bozze destinate ad essere discusse e che entravano direttamente nell’ambito delle questioni che l’Italia avrebbe dovuto affrontare alla fine della guerra. Solitamente essi erano costituiti da due parti: una parte “destruens” e da una parte “costruens”.  Come nello «Schema di discussione di un programma ricostruttivo ad ispirazione cristiana», in cui si legge:

 

 

Che cosa vogliamo:

1. Libertà: di pensare, di esprimersi, di organizzarsi, di partecipare alla formazione della volontà della comunità.

2. Uguaglianza: non astratta, ma concreta [...]

3. Il lavoro in tutte le sue forme esprimerà nella società il valore della persona e l’adempimento del suo principale dovere politico.

Da ciascuno, secondo le sue attitudini, a ciascuno secondo i suoi meriti.

[...]

Che cosa ripudiamo:

1. La dittature, lo statalismo mortificatore.

La guerra come mezzo di affermazione dei propri diritti, così fra le nazioni come fra le classi.

2. Il privilegio della nascita e dell’oro, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

[...]

4. Le forme di produzione capitalistiche che fanno del lavoro una merce e subordinano a fini non propri l’attività dell’operaio, facendone un proletario.

L’anticristiana divisione della società in classi economicamente privilegiate le une, diseredate le altre[...][7].

 

 

 

 

L’egemonia cattolica trova un altro elemento di forza nell’importanza che la stampa clandestina assume  nella provincia con l’ampia diffusione de «il ribelle», giornale appunto delle “Fiamme Verdi”.

Sulle posizioni ideologiche del «ribelle» si è quasi esclusivamente soffermato l’interesse degli storici della stampa partigiana. C’è chi in essi rinviene posizioni filomonarchiche e chi ne mette in rilievo contenuti autenticamente nuovi, accanto al persistere di esitazioni e incertezze dell’accettarli.

Mario Giovana non sbaglia quando ritrova nel «ribelle» le due anime del cattolicesimo politico italiano  (anche se le mette troppo drasticamente in contrapposizione): da un lato una genuina spinta verso un profondo, e perciò rivoluzionario, rinnovamento della società italiana (presente soprattutto negli scritti di Olivelli), dall’altro quella più cauta e conservatrice, impegnata nell’attutire la «tensione rivoluzionaria» del pensiero di Olivelli[8].

 

Infine uno dei documenti più importanti per comprendere il movimento cattolico è quello che è stato definito poi il «Manifesto della resistenza cattolica», steso nella primavera del 1944 da padre Luigi Rinaldini con la collaborazione di don Giacomo Vender e don Giuseppe Almici.

Esso nasceva da un’esigenza contingente e molto sentita dei partigiani cattolici: quella di avere un’assistenza religiosa e dunque dei cappellani. Quel documento doveva servire per sottoporre al vescovo quella necessità. In realtà si tradusse poi in una riflessione più generale sulla «legittimità anzi il dovere, per i cattolici, di partecipare con le armi alla lotta contro il nazifascismo», perché questa partecipazione si fondava su diritti fondamentali dell’uomo: quelli della libertà, della dignità, della giustizia, della democrazia.

Alla base vi era anche una preoccupazione che «animava i cattolici: quella di mantenere la lotta, quanto più possibile, sul piano dell’ordine, della disciplina, della moralità e dell’umanità». Non c’è da stupirsi se vi furono esitazioni e ripensamenti nella scelta della lotta armata. Nello scritto di Rinaldini, Vender e Almici si possono ritrovare, espresse in un discorso coerentemente logico, le ragioni che indussero (in maniera forse più istintiva e meno ragionata, ma non meno sentita interiormente) fin dal settembre 1943 molti cattolici a prendere la strada della montagna. In quel documento viene definito come illecito «il comportarsi da padrone dell’occupante tedesco e del governo da lui imposto» e si afferma che:

 

il ricorso alla violenza aperta (uccisioni, deportazioni, in carri piombati, di uomini e donne) e il comandare o il lasciare che si ricorra alla medesima da parte dei fascisti [...] genera una situazione di aperta ingiustizia di fronte alla quale chi abbia coscienza e viscere d’uomo non può tacere, né dormire, ma positivamente preoccuparsi della propria e altrui difesa, pena di rinunciare alla propria dignità di uomo e di italiano.

[...] Anche la reazione armata è perfettamente lecita, perché l’azione dell’occupante ha cacciato dalla società una massa notevole di giovani e di uomini che non volevano obbedire alle imposizioni del nemico per l’onore della Patria [...] giova però notare che motivo primo fu sempre il senso della libertà e la coscienza di doverla difendere per sé e per gli altri; prima di tutto col proprio rifiuto a cedere, poi anche con la resistenza armata.

[...] I cittadini migliori, che vedono le cose in questo modo, devono preoccuparsi che il movimento di resistenza non diventi a sua volta fonte di ingiustizia e di mali; non è quindi loro lecito, posta la libera scelta fatta, restare inoperosi, bensì hanno il dovere di preoccuparsi che la loro azione avvenga secondo giustizia, per amore della Patria e dei fratelli, non per odio; che essa sia ordinata, non fonte di disordini; che non provochi rappresaglie più gravi dello scopo da raggiungere [...][9].

 

 

 

3.

La partecipazione dei sacerdoti e delle parrocchie alla Resistenza è una realtà che richiede alcune riflessioni, perché da un lato viene sottolineato, con delle buone ragioni, l’importanza del ruolo svolto dal clero nel luogo suo proprio (la parrocchia), mentre dall’altro si rileva che la maggioranza dei preti si barcamenava in una situazione indubbiamente difficile, senza prendere posizione situandosi addirittura in una sorta di “zona grigia”.

Alcune considerazioni sono dunque necessarie per inquadrare e comprendere meglio il problema.

La Chiesa bresciana, come quella lombarda del resto (ne parla ampiamente un recentissimo volume di Giorgio Vecchio[10]), era una vera potenza, basta guardare ai numeri: 420 parrocchie; 1005 sacerdoti; 36 comunità femminili più 3 claustrali; 16 congregazione maschili; presenza delle suore praticamente in tutte le parrocchie.

Ma non era tutto oro quello che luccicava; basta leggere i bollettini parrocchiali a partire dalla metà degli anni trenta ci si rende conto che vi erano elementi di scristianizzazione nei comportamenti (sintomi appena avvertibili di ciò che avverrà dopo la guerra), e soprattutto si avverte (ed era ben presente ad alcuni parroci) un distacco del mondo operaio dalle pratiche religiose e dalla Chiesa, sentito come un problema forte e un dissidio da ricomporre.

Dietro quei numeri vi è anche, e ben evidente, un forte radicamento dei parroci nella realtà locale. In particolare nelle comunità delle valli e della pianura, i parroci sono leader ascoltati e rispettati. Le posizioni e gli insegnamenti del vescovo Giacinto Gaggia (apertamente antifascista) avevano indubbiamente influenzato la formazione dei parroci meno giovani, diventati preti negli anni venti e nei primi anni trenta.

 

Sulla base di ricerche ancora in atto e che si sono rivelate assai complesse, si può affermare che gli atteggiamenti dei sacerdoti durante la Resistenza non furono univoci, ma si modificarono e variarono a seconda della situazione, estremamente difficile e complessa, come quella di una guerra civile.

Certamente un ruolo importante assunse la necessità di salvaguardare la popolazione dalle rappresaglie che le azioni partigiane potevano causare e che in effetti provocarono. Da questo atteggiamento di  prudenza e cautela potevano nascere difficoltà nei rapporti con le formazioni partigiane di alcune zone.

Gli atteggiamenti e comportamenti dei sacerdoti furono diversi anche a seconda della personalità e dell’educazione ricevuta in seminario. I parroci più maturi, che magari che erano stati cappellani nella prima guerra mondiale e poi avevano sostenuto il Ppi, avevano affrontato esperienze ben diverse ed erano certamente più vicini alla Resistenza rispetto ai più giovani, cresciuti ed educati (come i loro coetanei fuori dal seminario del resto) con nessuna educazione politica e, presumibilmente, con poca esperienza di vita.

Ma anche questa valutazione non va generalizzata. Un esempio fra tanti: il giovane parroco Lorenzo Salice di Odeno, privo di qualsiasi esperienza politica, non esitò a schierarsi immediatamente, ma non inconsapevolmente, con i partigiani delle “Fiamme Verdi”.

In conclusione è difficile individuare comportamenti collettivi univoci, tanto sono variegate le situazioni locali e diverse le personalità dei sacerdoti..

È invece il caso di chiedersi se vi sia stata una linea comune di comportamento chiaramente indicata dal vescovo Mons. Tredici o se i parroci venissero lasciati soli di fronte a decisioni assai difficili da prendere.

A questo riguardo il contrasto tra la gerarchia ed il basso clero di cui si è spesso parlato (e in particolare le riserve sul ruolo svolto da mons. Tredici, giudicato eccessivamente prudente ed alieno da qualsiasi coinvolgimento, quindi in posizione molto defilata rispetto ai suoi preti) sia in parte da rivedere. Studiandone gli interventi, le lettere, le decisioni si può ritenere che l’atteggiamento del vescovo sia stato sì prudente, ma molto lungimirante e che  abbia saputo prendere con equilibrio decisioni assai difficili.

Ma la questione è troppo complessa e richiede un’analisi ben più ampia.

 

Spesso l’attività dei sacerdoti e in genere di chi era loro vicino nelle parrocchie(le mdri, le sorelle, le “perpetue”) è stata giudicata contrassegnata dallo spontaneismo apolitico, cioè da una sorta di reazione “istintiva” nel dare aiuto a coloro che ne avevano la necessità (dai partigiani agli ex prigionieri alleati, dagli ebrei ai ricercati...).

Certamente in molti casi fu così. Una matura consapevolezza  politica fu propria solo di una minoranza. Ma come poteva essere altrimenti, date le condizioni in cui era cresciuta un’intera generazione dei sacerdoti?

Piuttosto è il caso di chiedersi se quella attività, proseguita anche dopo l’emotività nata dai fatti dell’otto settembre, sia stata il frutto di una inconsapevolezza dei rischi assunti. Perché le azioni sopra indicate, benché poco appariscenti, erano molto rischiose. È difficile pensare che esse, che furono certamente di umana solidarietà, fossero assunte senza alcuna coscienza dei pericoli che si potevano correre.

Pur essendo ben diverse da quelle armate (non c’è bisogno di dirlo) queste furono modalità di rifiuto e di ribellione. È forse il caso, come suggerisce Anna Bravo[11], a proposito di queste forme di resistenza civile, di fare il conto di quanti, attraverso queste azioni di umana solidarietà, siano stati salvati e non solo il conto di quanti nel corso degli scontri armati furono uccisi. In questa prospettiva anche il singolo atto di compassione (come dare il cibo o prendersi cura di chi è malato, in difficoltà o in pericolo, anche solo per umana pietà) assume un valore politico. La pietà diventa cioè un atto politico chiaro di rifiuto di un’ideologia e di comportamenti violenti e inaccettabili.



[1] M. Bendiscioli, La Resistenza: gli aspetti politici, in Il secondo Risorgimento, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1955, p. 292.

[2] E. Collotti-R. Sandri-F.Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, Einaudi, Torino 2000-2001.

[3] L. Baldissara (a cura di), Atlante storico della Resistenza italiana, Bruno Mondadori, Milano 2000.

[4] S. Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Einaudi, Torino, 2004, p.12.

[5] Cfr. A. Fappani, La Resistenza bresciana. Estate 1944-aprile 1945, vol. III, Squassina, p. 338 e da G. De Luna (a c. di), Le formazioni GL nella Resistenza. Documenti, Franco Angeli, Milano 1985, pp. 415-416.

[6] Cfr. M. Ruzzenenti, Il movimento operaio bresciano nella Resistenza, Editori Riuniti, Roma 1975, pp. 74-75 e Id., La 122ª brigata Garibaldi e la Resistenza nella Valle Trompia, Nuova Ricerca, Brescia 1977, pp. 18-19.

[7] In A. Caracciolo, Teresio Olivelli, La Scuola, Brescia 1975II, pp. 216-221.

[8] M. Giovana, Tendenze e aspirazioni sociali nella stampa delle formazioni partigiane, «Il movimento di liberazione in Italia», 83, 1966, p.34.

[9] D. Morelli, Il manifesto della Resistenza cattolica, «La Resistenza bresciana» 1 (1970), pp. 29, 31 e 32.

[10] G. Vecchio, Lombardia 1940-1945. Vescovi, preti e società alla prova della guerra, Morcelliana, Brescia 2005.

[11] A. Bravo, Resistenza civile, in E. Collotti-R. Sandri-F.Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, cit., pp. 268-282.